Prologo
“Sai perché ti ho chiamata così? Perché il tuo nome lingua zapoteca significa ti amo.” La sua voce mi arrivava ovattata, limpida come il cielo di Copán dopo la pioggia. “Nayeli. Mi pedacito de cielo. La mia luce. Il mio peccato più bello.”
Le sue mani… le dita lunghe, affusolate, con l’oro delle unghie smaltate e i polsi che odoravano di gardenia e paura. La sua pelle era sempre troppo liscia per appartenere davvero a questo mondo.
Ero piccola. Avvolta nella seta rossa del suo vestito, con il mento posato sul suo petto nudo e i piedi che non toccavano terra.
“Un giorno capirai,” mormorava, “che il nome non ti protegge. Ma potrai scegliere chi distruggere quando te lo porteranno via.”
Mi svegliai con un conato di sangue in gola.
Il sogno evaporò sotto l’odore di urina, polvere e ruggine. Il pavimento era ruvido, gelido. Un tipo di freddo che non viene solo dal clima, ma dalla morte che di certo ha permeato le mura di quella stanza.
Un tubo gocciolava sopra di me, il rumore del metallo era un lamento continuo. E un rantolo lontano, come se qualcun altro, in un’altra cella, stesse dimenticando il suo essere umano.
Provai a muovermi e il fianco fu un’esplosione di dolore. La guancia destra era gonfia, spaccata, il gusto del sangue denso, salato, pieno.
Non mi ricordavo come ci ero finita lì dentro.
Ma ricordavo esattamente chi ero, e cosa significava portare il mio cognome.
Nayeli Suarez.
Figlia dell’uomo che aveva firmato più condanne a morte di qualsiasi presidente dell’Honduras. Figlia di Esteban “El Rey” Suarez, capo del cartello del Sol Negro. Una Regina per diritto di sangue.
Una condanna senza scampo secondo la Chiesa, un’arma da vendere secondo i nemici.
E adesso la Reina non aveva più un trono. Mi erano rimaste solo catene invisibili, e uomini nell’ombra che aspettavano di vedere se valevo più viva… o sottomessa.
Un bruciore sordo si risvegliò, pulsante, tra le gambe.
Un dolore intenso, sporco, che non avevo ancora trovato il coraggio di riconoscere. Qualcosa mi colava lungo la coscia. Sangue… sperma? O entrambi.
Il mio corpo era diventato merce, e non mi avevano nemmeno dato il tempo, anzi il permesso di negoziare.
Sapevo una cosa sola: non ero lì per caso.
Mi avevano presa, forse venduta. O magari promessa a qualcuno, lasciata come offerta di pace.
Ma qualunque fosse il piano, io ero il tipo di donna che avrebbe bruciato l’altare… o ci si sarebbe inginocchiata davanti, ma con una lama in bocca.
Fu allora che sentii delle voci.
Basse, maschili, sguaiate. Ridevano, bestemmiavano e pronunciavano il mio nome come se fosse una moneta da lanciare.
Il buio non era solo attorno a me.
Era dentro di me.
E stava scegliendo chi di loro doveva divorare per primo.
Capitolo 1
Nayeli
San Pedro Sula, Honduras
«Se ci scoprono, tuo padre mi spara dritto in mezzo alla fronte.»
La sua voce era roca, calda come tequila versata sulla pelle.
«Meglio che tu faccia in fretta, allora,» sussurrai, slacciando un paio di bottoni della camicetta. «Prima che decida di prenderti io.»
Juan sorrise alla mia audacia, con quel mezzo sogghigno storto che mi dava i brividi.
Eravamo in alto, sulla terrazza est del palazzo. La pietra chiara delle colonne tremolava sotto i riflessi del tramonto, e le tende di lino si gonfiavano come vele, pronte a strapparci via da un posto che, in fin dei conti, non ci avrebbe mai tenuto legati come avrebbe voluto.
Sotto, la villa brulicava di uomini armati, domestici, auto nere parcheggiate in una formazione che si sarebbe potuta definire militare.
La casa di El Rey non dormiva mai.
Ma lassù, tra marmo e vento, io ero soltanto una ragazza di diciotto anni, con il fuoco nel ventre, le gambe dischiuse e il cuore totalmente impazzito.
Juan mi afferrò i fianchi con una bramosia che mi faceva tremare. Aveva mani ruvide, callose, che sapevano cosa desideravo prima ancora che lo dicessi. Mi baciò come se dovesse imprimere un marchio su di me, la bocca calda sul mio collo, sulla pelle abbronzata appena sopra il seno. Lo afferrò, lo strinse e mordicchiò un capezzolo, strappandomi un gemito.
«Ti voglio, Nay…» mormorò contro l’orecchio. «Non ti voglio soltanto nuda. Ti voglio mia.»
Con un gesto repentino mi voltò contro la parete, e la pietra fredda contro la guancia vibrò come un avvertimento. Sollevò la gonna di seta, strappò via il perizoma con uno schiocco secco e mi entrò dentro con un gemito soffocato tra i denti.
Scese a mordermi la spalla. Io mi morsi il labbro inferiore, per non urlare. Le sue dita decise mi scivolarono sul ventre e poi più giù, a raggiungere il clitoride.
«Sei così stretta…» Biascicò in un ringhio, mentre mi artigliava i fianchi, come se volesse inchinarsi al mio corpo e non alla corona, mentre i colpi del suo bacino contro le mie natiche risuonavano nel silenzio come schiaffi. «Nessuno ti avrà come ti sto avendo io, Reinita…»
Piccola regina.
Sorrisi tra me e me, i miei umori roventi sulle sue dita e il piacere che si faceva largo nelle vene come fuoco. Un ritmo sgraziato e disperato, un sesso giovane, sporco e bellissimo.
Sentivo la sua erezione spingere dentro di me, profonda, rabbiosa, ogni volta come se volesse fermare il tempo troppo breve che ci era concesso.
Mi accarezzò la schiena, risalendo tra i capelli che avvolse attorno al pugno. Tirò la coda corvina e mi baciò la colonna vertebrale come se stesse giurando qualcosa a sé stesso.
Io sapevo che stavamo firmando la nostra condanna, ma per una manciata di minuti… non mi importava.
Ero viva. Ero maledettamente desiderata.
Non ero più soltanto la figlia di El Rey.
Ero solo una ragazza che voleva sentirsi amata, anche se questo voleva dire avere la mia intimità piena e il cuore vuoto.
Il vento portava con sé l’odore del tabacco e della terra calda. Nella villa, da qualche parte, le campane rintoccavano l’ora.
Juan intensificò il ritmo con cui mi stava scopando e, dopo una serie di colpi veloci e serrati, venne con un rantolo profondo, sussurrando il mio nome come se potesse salvarci entrambi.
Io chiusi gli occhi, e non lo feci perché ebbra d’amore, ma perché avevo una fottuta paura.
Fu allora che sentii gli stivali.
Un rumore secco, ritmico. Non appartenevano a un solo uomo, ma vi erano più passi, più ombre. Una vera e propria marcia letale.
Juan si staccò da me troppo tardi, i pantaloni abbassati sui fianchi, il fiato ancora incastrato in gola.
Io non mi voltai. Rimasi con la fronte contro il muro e il ventre ancora pulsante.
Nonostante tutto, compresi la verità prima di chiunque altro: nessuno avrebbe mai potuto salvarci.
La porta della stanza si spalancò con un colpo secco. Nessuno bussò, nessuno urlò. Non ce n’era bisogno d’altronde, la sola presenza dei sicari bastava a spazzare via l’ossigeno e qualsiasi altro atomo.
Erano in tre.
Vestiti di nero, giacche militari perfettamente stirate, e sul petto il simbolo del Sole Nero cucito con filo dorato: semplice, essenziale, inconfondibile. Occhiali scuri anche al chiuso, fucili a tracolla, dita sui grilletti.
Il primo aveva una vecchia, disgustosa cicatrice sulla gola e mi scoccò un’occhiata infuocata attraverso le lenti scure. Ero ancora contro la colonna, le gambe nude, il corpo scosso dai postumi del piacere.
Poi puntò Juan.
«Tira fuori il cazzo dal culo della figlia del Re, brutto figlio di puttana,» ringhiò, in spagnolo stretto. «Prima che ti spari nelle palle.»
Io mi coprii la bocca, ma non gridai.
Non dovevo gridare, le ragazze come me non lo facevano.
Le ragazze come me imparavano a ingoiare tutto: il piacere degli uomini, ma prima ancora le lacrime, il sangue, la paura.
Juan cercò di avvicinarsi. Un altro dei sicari gli piantò il calcio del fucile nello stomaco, facendolo piegare a metà. Un secondo colpo gli arrivò al volto: crac, come un osso rotto, o forse era solo il rumore della mia realtà che crollava.
«No!» urlai, cercando di frappormi.
Ma un altro di loro mi afferrò per il braccio, mi strattonò via con tanta forza che la spalla si stirò, e la pelle della coscia bruciò contro il marmo della colonna.
«Non toccarla!» urlò Juan, ancora a terra.
Fu allora che gli misero la pistola in bocca.
Silenzio.
Un silenzio pesante, rovente, carico d’intenti e tutti pericolosi. Mortali.
«Siete entrambi fortunati,» disse quello con la cicatrice, guardandomi come si guarda un oggetto. «Il pegno da pagare ti aspetta di sotto, Reinita. El Rey ti vuole viva. Per ora.»
***
La sala di mio padre era più simile a una cattedrale che a un ufficio. Pavimento in marmo nero, colonne dorate, armi appese come croci sopra le vetrate.
El Rey stava seduto su una poltrona di pelle scura con i leoni intagliati ai lati e una bottiglia di mezcal sulla scrivania. Dietro di lui, una bandiera del cartello, un sole nero cucito su fondo cremisi.
La luce tagliava il suo volto in due. La parte sinistra era dura, tesa, imperturbabile.
La destra, invece, era segnata da una cicatrice lunga, ruvida, color carne bruciata che gli scendeva dall’occhio fino al mento, come un marchio.
I suoi uomini mi lasciarono lì, ancora con i segni delle loro mani sulle braccia. Il silenzio tra me e mio padre divenne più lacerante di qualsiasi urlo.
«Ti diverti a farmi sembrare un debole?»
Quando si decise a parlare, la sua voce era più tagliente del vetro.
Non ribattei. Ero ancora spettro del piacere che mi aveva attraversata poco prima.
Sporca. Fragile… e in colpa.
Lui mi fissava come si fissa qualcosa che si vorrebbe distruggere ma non si può.
«Hai la sua stessa faccia, lo sai?» sputò, la voce sporcata da un fremito di rabbia. «I capelli neri, gli occhi color ambra. La pelle dorata che fa dimenticare a ogni uomo che dentro di voi non scorre sangue, ma solo veleno. Anche lei sapeva come incantare con quella bocca carnosa… prima di sputarmi addosso.»
Le sue parole mi scivolarono sotto la pelle come lame sottili.
Io non ero mia madre ma, in quel momento, ne portavo addosso la condanna.
«Ti ho cresciuta per diventare una Regina, non una puttana.» Proseguì, davanti al mio ostinato silenzio. «Tua madre almeno sapeva qual era il suo posto. Tu invece no. Tu giochi con il cazzo del nemico come se fossi l’ultima delle troie di strada.»
«Juan non è un nemico,» cercai di far suonare la mia voce ferma, soffocandone il tremito. «Noi non pensavamo che…»
«Taci!»
Sbatté il bicchiere sulla scrivania. Il liquido trasparente schizzò sulle carte sparpagliate sul piano di legno. «Non mi interessa cosa pensavi. Mi interessa cosa sei. E oggi, sei solo la figlia di una puttana che si è fatta scopare da un agente infiltrato.»
Le sue parole livide mi morsero l’anima.
Mia madre.
Un tempo, per me, lei era tutto. Poi era svanita nel nulla quando avevo solo cinque anni, sparita in una notte di urla e spari. Non ne parlavamo mai.
Non era più reale, quasi non fosse mai esistita.
Ma forse… non era fuggita. Mio padre si era convinto che l’avesse tradito. Forse, la verità era che aveva amato un uomo sbagliato.
E io ne stavo pagando il prezzo.
Il ghigno di mio padre, da malvagio, si trasformò secondo un contorno a me sconosciuto.
Sembrava stanco. «Il mio compito non è lasciarti vivere la tua vita, Nayeli. È capire se posso ancora usarti.»
***
La villa sembrava risplendere di una luce a tratti blasfema: ori, specchi, drappi di seta color avorio e fiori tropicali recisi all’alba appassivano già nei vasi di cristallo, come se anche la bellezza dovesse soffrire per essere ammessa alla corte del Sol Negro.
Sui balconi c’erano uomini in smoking nero, la divisa cerimoniale dei sicari di mio padre, e mostravano al petto l’emblema ricamato del nostro regno: un sole nero a tredici raggi, cucito con filo dorato su stoffa opaca.
Erano poco più che statue armate, decorate da una miriade di tatuaggi, ma la tensione sotto quei tessuti pregiati e che si diramava nei loro muscoli era elettrica, più viva della musica di marimba che rimbalzava tra le volte.
Io, al centro di tutto.
Il vestito d’oro fluido mi avvolgeva come un peccato cucito su misura per me; la schiena nuda bruciava sotto gli sguardi, e la spaccatura alta sulla coscia prometteva più di quanto avessi mai concesso a chiunque, se non a Juan.
Ogni passo che compivo tra gli invitati aveva il sapore metallico dell’acciaio nascosto nelle fondine; ogni sorriso che regalavo era un pugnale negli occhi di chi desiderava vedermi crollare. O vedermi incatenata a gambe aperte sotto i loro corpi che mi facevano soltanto ribrezzo.
D’improvviso la marimba tacque, come se un machete ne avesse reciso le corde. Gli archi cessarono di vibrare, e un silenzio quasi ecclesiastico si stese sulla sala.
Tre guardie avanzarono in formazione: stivali lucidi che picchiavano in sincrono sul marmo nero, mani guantate su un lungo cofanetto di legno d’ebano. Le cerniere dorate scintillarono alla luce dei lampadari, richiamando lo sfarzo blasfemo delle pareti.
Il comandante, riconoscibile da una piccola cicatrice sul labbro, e lo sguardo di ghiaccio, chinò il capo.
«Con devozione, Reina. Un dono di Su Majestad.»
L’aria silenziosa diventò acida, grave d’attesa.
Le mie dita inanellate di smeraldi sfiorarono il coperchio. Il mondo, per una frazione di secondo, smise di respirare.
Dentro, adagiata su velluto cremisi… la testa di Juan.
Il mio grande amore.
Gli occhi scuri erano ormai vitrei, il mento chiazzato di sangue nero. Il suo riccio più ribelle gli si appiccicava alla fronte come un ricordo delirante dei nostri momenti di passione. Una rosa nera dai petali lucidi come petrolio era infilata fra le mascelle serrate.
Il profumo ferroso del sangue annientò in un attimo le note raffinate del vetiver e dell’incenso che saturavano la festa, causandomi un conato.
C’era un biglietto, scritto a mano:
“Los Hijos del Jaguar non avveleneranno il nostro lignaggio. Ricorda chi sei prima di concedere il tuo corpo.”
El Rey
Le ginocchia non cedettero, ma sentii la carne vibrare come cristallo incrinato.
Los Hijos del Jaguar. La leggenda nera che dominava le sierre del Chiapas e la tratta di esseri umani verso il Golfo. Usavano sangue di giaguaro su stendardi blu e avorio, riti di iniziazione col fuoco vivo. Mio padre li dipingeva da sempre come i nostri nemici supremi, bestie travestite da uomini, li definiva. Come se il cartello del Sol Negro fosse migliore.
E io avevo amato uno di loro.
O forse lui si era mascherato da innamorato, per infilarsi nel cuore del Sole Nero. Attraverso il mio letto.
Non sapevo quale verità bruciasse di più.
Un crepitio di passi annunciò El Rey alle mie spalle: la giacca nera su camicia grigio perla, la lunga cicatrice che gli segava la guancia destra increspata da un sorriso ruvido, compiaciuto.
«Vedi cosa succede quando pensi con quello che hai tra le gambe invece che con il cervello?» disse con tono fermo, affinché tutti udissero.
«I tuoi occhi d’ambra, uguali a quelli di tua madre, ti hanno condotta al peccato così come è accaduto a lei. Io li ho salvati. Ho salvato te.»
Il respiro si fece vetro nei miei polmoni.
Avrei voluto urlare, strapparmi il gioiello che portavo al collo, piantarglielo nella giugulare. Invece alzai il mento, proprio come mi aveva insegnato lui. Mostra i denti, Reina, non le lacrime.
Mi inchinai, con una riverenza regale, sopra quella scatola d’orrore, abbastanza da sentire il profumo dolceamaro della rosa nera mescolato al sangue coagulato del mio ragazzo.
Poi girai sui tacchi.
Il vestito fendeva l’aria come una sciabola di luce mentre attraversavo le arcate. La musica ricominciò, gli invitati si riversarono di nuovo sulle piste, e il mondo, il mio mondo, fece finta che nulla fosse accaduto.
Ma io avevo compreso la lezione.
Il cuore è un’arma; chi lo regala, lo perde.
***
San Pedro Sula era una città che rideva con i denti d’oro e piangeva sangue.
Avevo lasciato la villa, la sera della festa per i miei diciott’anni, con l’eco dei brindisi ancora nelle orecchie, e ora, cinque anni dopo, quella stessa villa brillava sotto le fiamme di un’eredità spezzata.
Esteban Suárez, El Rey, era appena morto.
Non in un agguato tra bande di strada. Non per mano di qualche piccolo rivale di confine.
Era stato ucciso nientemeno che a New York, nel cuore dell’impero delle cinque famiglie di Cosa Nostra. Mi avevano raccontato di un blitz feroce, chirurgico, spettacolare, che aveva sterminato i suoi alleati, mandato in frantumi la linea ereditaria del Sol Negro e lasciato il cartello orfano del suo Dio.
I nomi di chi lo aveva fatto fuori non comparvero mai nei notiziari. Ma io non avevo alcun bisogno di vederli nero su bianco.
Chi muove il potere non ha bisogno di essere nominato.
Quando ricevetti la notizia, non ero più la ragazza con gli occhi lucidi e il cuore spezzato.
Ero una donna. Lucida, disincantata. Armata.
Mi trovavo nel giardino posteriore della villa, scalza, le caviglie immerse nella grande piscina esagonale. Una sigaretta tra le labbra e una pistola, non necessariamente metaforica, nel reggiseno.
Un’ombra mi raggiunse tra le palme.
«È morto,» sentenziò la voce roca di uno degli uomini rimasti fedeli, lo stesso che aveva minacciato il mio ragazzo cinque anni prima di fargli saltare i testicoli con una pallottola. «L’attentato ha scombussolato mezza Manhattan. I nostri contatti… sono spariti. L’Isola del Cigno è già stata rivendicata da altri e da tempo.»
Non domandai da chi. Tanto lo sapevo già.
E sapevo che non era ancora il momento di vendicarmi.
«E questa villa?» chiesi.
«Siamo in pochi, Nayeli. Non la terremo a lungo. Ciò che resta della famiglia Suarez è in fuga, i tuoi zii stanno vendendo il nome al miglior offerente. È finita.»
I miei zii stanno vendendo me.
Mi voltai verso la grande tenuta, con le sue colonne imperiali, i lampadari d’ossidiana, e le pareti che avevano visto più sangue che luce.
Una casa costruita come tempio e diventata ora una rovina sacra.
«Que el Sol Negro se apague, entonces,» sussurrai tra me e me. «Pero mientras respire… sigo siendo Reina.»
Che il Sole Nero tramonti, allora.
Ma finché respiro… io resto Regina.
Le unghie mi graffiarono il palmo e una fitta mi attraversò. Non per dolore.
Per imprimere il ricordo.
Non avevo più un regno.
Ma avevo ancora la mia guerra.
